Solitamente rifuggo le cose tristi, almeno nel dialogo con gli altri, ho molto pudore nel mostrare il mio dolore, lo tengo dentro per il mio privato. Dicono che non sia bene far così, che sia meglio sfogarsi… non che io non lo faccia, ma solo con le persone che mi sono più vicine, che io stesso scelgo.
Ho come la sensazione che abbia un sesto senso che mi indica come sono le persone fin dal primo approccio, dunque anche quelle davanti alle quali posso sfogare un dolore.
Ricordo la mia prima infanzia come un sogno, poi le prime paure, i traumi e i pianti, per film davvero drammatici che mi facevo spesso. Angoscia al pensiero che da un momento all’altro potesse mutare il mondo affettivo che mi stava intorno; ricordo anche dei momenti terribili, pochi ma terribili, pericoli scampati, la cui memoria mi fa ancora fremere, ma la cui lontananza me li fa vivere come tali. Poi accade davvero ciò che non avresti mai voluto accadesse e allora ti crolla il mondo addosso, il dolore è atroce e non c’è scampo, è qualcosa che segna la tua vita, una tristezza perenne.
Era un sabato di metà dicembre, le 14,15… diciassette anni; mi trovavo nella stazione degli autobus a Cagliari. Non dovevo tornare a casa, ma trattenermi lì per la partita del giorno dopo. Improvvisamente compare Comite; lo saluto allegramente, lui sta un po’ sulle sue, poi mi dice in sardo “Non sai niente?” E già il sorriso mi si spegne: “che accidenti sarà capitato?”… tergiversa ancora, poi le sue parole sono come una sprangata… e ancora non mi aveva detto nulla: “Non sai chi è morto in paese?” Confuso e in panico il mio pensiero vagò per pochi istanti… “Un tuo parente…”… “Nonno!”
Era accaduto il giorno prima quello che non avrei voluto accadesse mai, ciò di cui avevo sempre avuto paura… provai una sensazione di disagio e disperazione, l’impossibilità a sfogare il dolore in mezzo a tutta quella gente… Ero stato protetto per un giorno dalla notizia… ma…
Nonno aveva il cuore malato, dopo un incidente, era stato in ospedale più volte, ma non avevo mai pensato al peggio e pensavo si fosse ristabilito. Mille pensieri affollarono la mia mente… Il rammarico per aver vissuto così poco tempo questo nonno meraviglioso, soprattutto ora che gli studi superiori mi avevano portato lontano da casa e io ero più dedito al divertimento, piuttosto che a frequentarlo e quando lo vedevo nella piazzetta del paese, per me era segno che stava bene e cercavo da lui, senza chiederla, una parola rassicurante sulla sua salute, lui non me la dava, ma io scacciavo i cattivi pensieri, non poteva essere così.
Diciassette anni, eppure mi pare ancora oggi una vita, quella vissuta con lui; i ricordi di bambino e la prima adolescenza, mi raffigurano nonno quasi sempre intento nel suo mestiere di Maestro di muro, che attira la mia attenzione da un cantiere o dall’altro; ma anche nei momenti conviviali seduto nel suo scanno alla tavola rotonda, che brinda, canta in sardo, racconta aneddoti, scherza e ride e talvolta cita a memoria la Comedia dantesca… e le sue strenne quando da bambino arrivavo in visita.
Veniva a mancare tutto il tempo che sarebbe servito ancora… la perdita pesante di un nonno ancora giovane pesava sui miei affetti, sulle mie sicurezze, una falla che si apriva troppo presto…
Ero rimasto solo in casa, poche ore dopo vennero a prendermi… immagini di dolore profondo che vedo, penso, ma non oso descrivere e allontano. Amo ricordare nonno Tommaso da vivo, come è stato in tutti questi anni nel mio costante ricordo.
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I tuoi ricordi, di bambino prima e ragazzo poi, non potrà portarteli via nessuno. Di certo non vedere come la vecchiaia e le malattie trasformino, quello che un tempo era stato un uomo forte ed orgoglioso, in una specie di vegetale. Anche io ho sempre avuto paura che da un momento all’altro tutto il mio mondo potesse crollare e così ho fatto di tutto per non dipendere mai da nessuno, nè emotivamente, nè materialmente. Sono un’isola.